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Omaggio a Morin - di Sandra Benedetti

Scritto da Gruppo Nazionale Nidi e Infanzia | 3-giu-2026 14.05.06

Edgard Morin ci ha lasciati e lo ha fatto io credo controvoglia perché dall’alto dei suoi 105 anni, aveva
ancora tanto da dire e da dare. Mai come in questo tempo attraversato da venti di guerra disseminati nel
mondo, la sua luce ci era di conforto perché penetrava nelle coscienze esortandole a ricercare la
libertà…..sempre.


Quando la morte ci priva di persone in grado di nutrire il pensiero diventiamo certamente un po’ più poveri,
ma allo stesso tempo abbiamo l’onere dell’eredità che possiamo raccogliere per mantenere vivo il
nutrimento che la conoscenza produce in chi sa coltivarla.
La pedagogia deve essere grata a Morin per la generatività che hanno prodotto le sue tesi sul pensiero
complesso, ossia sulla sua serrata convinzione che il pensiero predefinito costituisce uno dei rischi più
pesanti in educazione, perché non consente di valorizzare l’etica del dialogo che favorisce lo scambio tra
protagonisti dell’educazione, siano essi allievi o insegnanti, tutti accomunati dal piacere della ricerca del
sapere come nutrimento collettivo.
Sicché “la testa ben piena” a cui aspira ancora un certo modo di concepire la scuola oggi, in realtà favorisce
una bulimia di concetti, di informazioni che vanno in sommatoria, ma non si appoggiano su un criterio
selettivo, che si acquisisce solo attraverso un approccio dialettico al sapere, ossia fondato sulla capacità di
discernere.
Ad una società che ama un’ ostinata ripetizione compulsiva delle informazioni, le quali assumono il
carattere di nozioni, un pensiero che non sia critico, che sia replicante, è molto funzionale a garantire la
permanenza di una determinata organizzazione sociale.
Al contrario “la testa ben fatta” è la risultante di un’ azione pedagogica che assume come attitudine la
volontà di trattare i problemi ed i principi organizzatori che consentono di collegare i saperi, di selezionarli,
di comprenderne il senso ed il valore in chiave ermeneutica, ben consapevoli che la conoscenza ed il
pensiero sono determinanti importanti, non garantiscono di per sé stessi l’approdo ad una verità intesa
come certezza assoluta, ma sono al contrario due strumenti che ci permettono di dialogare con l’incertezza
e l’errore.


Morin ci ha insegnato che la complessità non va bandita in educazione, ma al contrario va ricercata co-
costruendo contesti educativi nei quali, essendo i bambini e le bambine espressione fatta carne delle realtà
da cui provengono, quasi sempre eterogenee, offrono ai servizi educativi e alla scuola una grande sfida
culturale che è allo stesso tempo sfida sociale e politica. E lo stesso vale per il personale educativo ed
insegnante.


La complessità ci ricorda Morin non va confusa con il complicato: per anni ho vissuto la matematica come
una disciplina al limite dell’incomprensione tanto mi è stata proposta come una dimensione del sapere in
cui i maschi, piuttosto che le femmine, ne sono non solo ghiotti, ma anche abili frequentatori. E così mi
sono spostata sulle materie umanistiche cercando di trovare alloggio ai miei desideri di conoscenza. Poi in
età adulta un’amica professoressa di matematica, mi ha dichiarato che con l’arte si può insegnare la
matematica e che le opere del Caravaggio, per esempio, sono realizzate su un’alternanza di luci e ombre
che si possono tradurre in algoritmi matematici.

Morin era esattamente questo credo volesse intendere quando negava la parcellizzazione del sapere, per
mettere in valore l’interconnessione tra le discipline, non consegnate ad una fredda disamina delle stesse,
ma ad un’ interpretazione continua dove errore, inciampo, scoperta, creatività ed intuizione hanno diritto
di totale cittadinanza.


In questo processo piagetiano di assimilazione e accomodamento che implica il conoscere e l’apprendere,
Morin sottolinea come l’intervento educativo deve contemplare anche una meta-cognizione ossia una
analisi critica che è l’unica condizione per imparare ad apprendere; l’azione riflessiva che occorre compiere
riguarda non solo “il cosa” si propone ma il “come” si propone il sapere e questo processo non riguarda
solo il bambino o la bambina, ma anche l’educatrice e l’educatore o l’insegnante.
Come dire: in un processo di apprendimento consapevole nessuno è assolto, tutti sono coinvolti.
La teoria della complessità appare oggi cruciale anche dinnanzi al’utilizzo e alla gestione della tecnologia
che si attesta sempre di più su processi di lavoro agili, rapidi e gestiti a distanza. Ci sono sfide che ci
attendono poiché alla complessità del sistema sociale globalizzato si aggiunge oggi un’ ulteriore
complessità determinata dalla necessità di governare ordine e disordine, che però secondo Morin non sono
opposti inconciliabili, ma forze complementari che solo interagendo e non escludendosi a vicenda, possono
originare nuove strutture dinamiche.


In questo scenario Morin non si distrae e ci ricorda che bisogna assolutamente non trascurare il ruolo della
responsabilità che deriva dal riconoscimento della complessità. Questo passaggio è decisivo perché chi
utilizza la tecnologia senza possedere la consapevolezza che ogni azione ha conseguenze plurime, ossia che
ricadono su molteplici livelli, può generare danni enormi; tutto ciò induce ad una riflessione profonda sulle
ricadute prodotte dalle scelte che si compiono, e questo non riguarda solo quelle scientifiche, ma anche
quelle politiche economiche e sociali che devono essere strettamente interconnesse.
La sfida alla complessità come lui stesso l’ha definita nel testo che ne prende il titolo va affrontata secondo
Morin evitando la semplificazione eccessiva che, anche se produce risultati tecnici straordinari, non prende
in considerazione le conseguenze umane sociali e culturali che un certo approccio fondato
sull’approssimazione produce.


Addirittura Morin arriva a definire umiltà epistemologica l’atteggiamento che occorre avere quando ci si
avvicina alla conoscenza che è di per se stessa parziale ed incompleta e in questo scenario ciò che occorre
coltivare è il dubbio, leva fondamentale che rilancia in avanti, e non la paralizza, la conoscenza stessa.
Insomma Morin introduce e valorizza un’etica della conoscenza che ci riguarda e che non può essere
sottovalutata soprattutto oggi che i grandi centri di potere economico e tecnologico sono in mano a pochi
individui che concorrono ad agire in base al personale profitto, e a dominare il mondo ricoltivando
l’affezione ad un pensiero unico, incontrovertibile, imperscrutabile.


E a noi a cui compete mantenere vivo il suo ricordo, come non desistere dal fare del suo pensiero
un’occasione di militanza continua nel sistema di servizi educativi zero sei che sono i luoghi che per
definizione intercettano il pensiero in gestazione dei bambini e delle bambine con i quali camminiamo al
fianco?